164. Mio salmone domestico

e io arriva la comunicazione che il nostro regno, che si appoggia su splinder, deve chiudere e se vogliamo possiamo salvare tutti i dati del nostro regno e trasferirli su un altro territorio. Siccome è questo il nostro regno, costruito e distrutto e costruito in anni e anni, decidiamo che trasferirlo sarebbe cosa poco sobria e che i regni in fondo hanno tutti un loro destino, e questo destino significa talvolta essere cancellati definitivamente per fare spazio a nuovi regni splendenti. Non si è mai sentito, dice mio salmone domestico, che San Marino possa essere spostato pari pari in Lombardia, così come mai si è sentito che un salmone domestico risalendo la corrente venga trasportato con una bacinella in un altro fiume al fine di completare il suo ciclo vitale. E in fondo, dice mio salmone domestico su una poltrona mendini mentre fuma la sua pipa, ho come l’impressione che sia tempo di lasciarci, ma niente finali tragici si intende.

Allora, con la sobrietà che lo contraddistingue, mio salmone domestico prende uno a uno tutti quanti e inizia a sistemarli in fila. Prende madrelinguaspagnola, avvocatessa e avvocato, federalista trasversale, sagomadigattuso, marypoppins, elonoraduse, pessoa rodriguez pontormo, lentiacontatto, canebianco, criticomilitante, coso, miominuscolofratello, giorgiov e marcop, pec, anna, silvia, giovanna, alice, valentina, claudia, alessandra e tutti gli altri che senza saperlo erano dentro il regno e si prodigavano per costruirlo. Loro non lo sapevano, dice mio salmone domestico, ed erano qui ignorando di esserlo, ed erano bellissimi tutti insieme quando si passavano i mattoncini, ed era un mattoncino ogni cosa bizzarra che mi facevano capitare nella vita e che io sistemavo nel regno, era mattoncino il barista dell’aneddoto ed era mattoncino la signorina della banca, era mattoncino il capotreno ed eri mattoncino anche tu che stai leggendo. Ma ora basta che avevamo detto niente facili malinconie, dice mio salmone domestico. Poi mio salmone domestico, che i finali gli riescono mica, mette tutti quanti in fila e dà istruzioni all’intero gruppo per uscire ordinatamente dietro di lui. Ha un fogliettino in mano con il piano di battaglia per fronteggiare il mondo laffuori, perché il mondo laffuori fa paura (eleonoraduse lo sa, sta piangendo) ed è pericoloso per tutti loro. Compatti, urla a tutti, e lascia a ognuno di loro un elmetto e una tuta mimetica per mimetizzarsi nel mondo. Poi prende un flauto e lo fa vedere a tutti, s-e-g-u-i-t-e  i-l s-u-o-n-o, capito?, dovete seguire sempre me e solo me, agli incroci se c’è rosso dovete fermarvi, tenete per mano il vostro compagno vicino, quando c’è tanta gente  guardate me e non abbiate paura, e quando non mi vedete fermatevi e fate finta di essere morti finché non vi vengo a recuperare. Compatti, uniti, decisi. Sopravviveremo nel mondo e ci riconosceremo l’uno con l’altro dalla puzza nauseante di orchidea che contraddistingue le persone vissute nel regno.

Allora poi è il momento del mio addio. Mio salmone si infila il cappotto a lisca di pesce, guanti e cappello, e mi stringe la mano. Un vero piacere e un onore stare con te, gli dico, vorrei dirgli pure altro ma mi pare sempre che per le cose importanti non sia momento. Lui mi stringe la mano e forse vorrebbe dirmi qualcosa anche lui.

E uno dopo l’altro li vedo uscire seguendo il flauto, con la musica della barilla che mio salmone domestico è l’unica che sa fare; potevamo concludere con un Lohengrin o un Bolero di Ravel ma noi non siamo gente così, perché io e mio salmone domestico siamo gente di quest’altra specie, e in fondo, ho pensato mentre gli stringevo forte forte la pinna, a noi in fondo va bene così.

163. Una strana sensazione di silenzio

Io e mio salmone domestico è arrivato il ferragosto. Siamo chiusi nel regno a tapparelle abbassate così nessuno vede nostra presenza. Dobbiamo escogitare un piano, dice mio salmone domestico, per far vedere a tutti che siamo al mare anche noi. Allora mio salmone domestico che è un maestro di escogitazioni prende un vecchio trolley e dice tieni gattuso, vai fuori sul pianerottolo e fai rumore di valigia che passa. Bàgnati i capelli, dice a canebianco, e stendi fuori gli asciugamani colorati. Poi va nello sgabuzzino e cerca infradito mio salmone, dico, non ha importanza, milioni di persone non sono al mare e non sono a festeggiare, non importa davvero. Allora io e mio salmone domestico usciamo di casa, e una folata di vento ci scompone. C’è il vuoto. Andiamo al bar dell’incrocio spiaccicandoci ai muri e tendendoci fermi aggrappati ai lampioni. Facciamo colazione, e mentre beviamo latte macchiato e cerchiamo di non fare briciole con la brioche vediamo la signora Mariuccia, al tavolo vicino, che parla alle amiche. Indossa golfino bianco a maglie larghe, serena, distesa, vedova, sorride. Allora poi scopriamo che la città non è così vuota, che esistono i bar ‘siamo aperti a ferragosto’ e che le affissioni dei morti le hanno cambiate da poco. La vita continua, penso, anche quando sembra che non si muove nessuno. Potremmo, dice mio salmone, fare una specie di tour di tutti i bar aperti. Allora al secondo bar entriamo solo con la scusa della bottiglietta di acqua. Ma appena all’ingresso c’è una folla di anziani attaccata alle macchinette che metti dentro monete e girano simboli alla frutta (d’ora in avanti per ‘anziani’ si intenderà cinquantuno anni appena compiuti, ndr). Mi avvicino a guardarli. Sento come un disprezzo, poi una pietà, poi quasi un’invidia. Cerco con la mente in tutti i miei ferragosti passati. Poca roba, borbotto mettendoli in fila e guardando nella tasca qualche euro per me. Poi guardo il telefono, non squilla, lo spengo. Torniamo a casa, gli dico. A casa c’è solo un ventilatore. Il resto è spento. Comitati Leninisti sono andati a un raduno. La Duse è sul lago, Canebianco è in giardino con infradito e Gattuso su e giù il trolley per scale. Girodiboa mi saluta allo schermo, è solo anche lui, ma altrove, mi fa ciao con la manina. Apro l’armadio e controllo Sagoma di Piccoloprincipe. Non parlare, gli dico. Continua ad aspettare e sperare perché solo chi aspetta e spera è amico davvero, e chiudo a due mandate. Poi mio salmone domestico mi dice però se tu mi volevi bene davvero potevi almeno mandarmi in colonia. In colonia sono cattivi, dico, ti danno cibo in scatola e ti fanno fare il bagno solo dieci minuti. Poi penso però in casa non ho neanche il riomare. Allora vado in bagno e riempio la vasca russa marca Repressione. Ci infilo mio salmone domestico che una pinna spunta fuori e al posto della R leggi una D. Stai qui, dico a salmone, e rinfrescati un po’. Gli metto musica auaiana candele profumate e faccio rientrare gattuso per la danza del ventre. Poi vado in camera e rimango sola con ventilatore. Dovevo mandarlo in colonia, gli dico. Ma mio salmone domestico è forte, sorpassa il ferragosto e tutto il resto che neanche ti accorgi, mio salmone. Ma lui dice no con la testa, in continuazione, convinto.

162. Persone che immaginano persone esprimere desideri sull’attenti che cadono le stelle

Giro di boa si chiama giro di boa perché quando lo incontro ne succede sempre uno. Io e giro di boa ci incontriamo poco. Di comune abbiano folti capelli neri lui veri io di tony mesc, uno sguardo un poco triste e la predilezione a voler far ridere la gente e finire tutto in tragedia. Poi di comune abbiamo la gente si divide in due, quella che guarda gli altri mentre fanno le cose e quella che fa le cose, che noi siamo la prima ispecie. L’altra cosa che io e giro di boa abbiamo in comune è che siamo pensierosi. Io e giro di boa quando siamo in posti diversi, cioè sempre, ci guardiamo dallo schermo e ridiamo alternati, facciamo cin cin con il bicchiere e ci offriamo l’accendino, se lui è triste io lo prendo in giro di boa e vice-versa, e ci vogliamo bene. A San Lorenzo siamo seduti su una panchina del mio regno ma guardiamo troppo in basso per accorgerci di sopra, gli parlo del film di lorenzo che danno sempre su mediaset e lui non fa una piega, pensieroso. Allora lui che mi chiama per cognome mi dice cognome arriviamo al dunque narrativo, che le tue lettrici vengono qui solo per questo. Che ne è stato di coso, dove si è messo, è dentro o fuori, parlate o no, è amore o odio, come finisce, cosa.  Allora io guardo giro di boa e faccio lo sguardo pensieroso, accendo il radar. Coso è qui nel regno, dico. Sta vagando nella cintura esterna ma non lo vediamo perché è sotto un mantello. Ho detto a Salmone di farlo entrare e dargli questo. Adesso vaga con questo per il regno, e un giorno o l’altro trova la strada. Cos’è questo, chiede giro di boa guardando in basso. Allora questo, spiego, è un pezzo di cemento. Quando io e coso costruivamo il nostro regno io avevo un affare enorme che faceva buchi sul muro, mi piaceva e ne facevo in continuazione. Prima di assemblare la cucina io ho preso la matita dall’orecchio e ho scritto un messaggio su un pezzo del muro di cemento e l'ho nascosto da una cappa aspira-odori brico ed era il messaggio per quando mi avrebbe lasciato. Quello, dice giro di boa guardando in basso. Gli ho scritto quel giorno – stop – entrerai nel mio regno – stop – dove io ti proteggo – stop – stop. Sarai con me e non invecchierai mai più e io invecchierò due giorni al giorno, fino a quando ti raggiungo – stop – e nel frattempo – stop – mi abbraccerai quante volte abbisogno, anche a cucchiaio – stop – e sarà per sempre. E poi? E poi niente. Ho fatto come per tutto e tutti. E l'ho lasciato andare.
  

161. I tulipani rossi sono troppo eccitabili, dice

Mentre lascio pigiare a Eleonora Duse i tasti da uno a nove sotto il salice pungente arriva mio salmone domestico con in bocca una buccia di banana innanzi tutto, mi dice innanzi tutto questo regno è ormai una discarica, dice, che per arrivare al portone devi superare quintali di immondizia secondo, dice, secondo sono andato al portone perché hanno suonato. Terzo, c’è Coso alla porta.

Io Eleonora Duse Coso gonfiabile smettiamo di giocare a burraco e ci voltiamo. Ha detto, dice, uffa mi manca, uffa ma che uffa vorrei rivederla. Quarto, dice, ha ignobilmente usato dei puntini di sospensione e un punto esclamativo. Comitati Leninisti, da lontano, fanno ola. Ma ce l’ha, chiede Duse, un mazzo di tulipani rossi eccitabili tre chitarristi che suonano Battisti e un accattivante progetto a rima baciata di irresistibile reconquista? (Dimenticavo: Applausi).

Non li ha. Dove abito ci sono tre torri. Le tre torri hanno dei ganci per tenerle in piedi, sono ganci enormi color rosso scuro ruggine alcuni obliqui. Sono tre torri diverse, diseguali, a me piacciono uno i ganci ferrosi che le tengono ancora in piedi e due il sole quando ci batte e divide le torri in pezzi. Tre, i gabbiani che ci volano sopra come un faro, anche se non è mare. Dove abito c’è anche una piccola chiesa che in fondo a destra, se guardi dal palco, c’è un affresco un po’ sciupato con la città le cento torri, e se lo sovrapponi alla città la città diviene torri che non ci sono: tu cammini in mezzo alle torri e non lo sai, quattro, le attraversi e fai la spesa e porti il cane a fare pipì e cacca proprio sopra, cucini una cotoletta e sei una torre, e non lo sai. C’è stato un tempo in questa città dove tutti avevano paura che cadessero le torri perché una aveva fatto un disastro accanto al duomo, aveva ceduto. La storia è nota, che siccome queste tre torri erano molto vecchie e fragili quegli altri spaventati volevano fuggire altrove per non essere affossati. Poi è arrivata una signora e sul posto dove gli altri avevano paura ha riso a tutti costruendo un fortino. Se costruisci con metodo un fortino, penso, nessun crollo per quanto certo ti potrà mai fare del male. Poi guardo salmone, vedo che è stanco anche lui. Vai all’entrata del regno, gli dico, e chiudi a chiave. Che non entri più nessuno, siamo in eccesso. Chiamate project manager per il conto delle pecorelle smarrite. Che i soldati stiano in guardia e un editto faccia sapere al regno intero che chi non è strettamente necessario deve uscire. Prima le donne (applausi) e poi i bambini. In fila indiana. Mio salmone domestico armi bagagli e canebianco in groppa. Tu rimani, perbacco, dico. E con Coso laffuori che facciamo? Mi avvicino a Coso gonfiabile e lo sussurro: lo porto dentro o lo lascio fuori? Poi schiaccio due.

160. Mio coso domestico

Ecco, tieni, non ringraziarmi, ti voglio bene. Mio salmone domestico arraffiato arriva con una cosa bellissima, tutta nuda in boxer. Ci toglie il polistirolo attorno e la sistema orizzontale sul tavolo, a pancia in giù. Ma che cos'è, dico. É un Coso Gonfiabile, e toglie il cartellino. Questo è il telecomando, ci sono nove frasi memorizzate e dieci funzioni, alcune delle quali le scoprirai nel tempo. Su, Applausi («Ma se Coso avesse davvero una nuova fidanzata?»). Salmone, dico, lui non porta i boxer blu, andiamo. Va bene, dice, mi sono concesso qualche infrazione narrativa. Ma l'ho migliorato, guarda qua, e lo gira. Tolgo lo sguardo per pudore, dico non mi interessa. È tutto tuo, mi dice, Samantha ha fatto un cenno con la mano, sta' tranquilla. Schiaccio uno e Coso parla: «Ti ho sempre amato tesoro mio, ti amo ancora», «Ti ho sempre amato tesoro mio, ti amo ancora», «Ti ho sempre amato tesoro mio, ti amo ancora». Ecco, dice, ora non fissarti, prova anche dal due al nove, è ricaricabile e puoi scaricare gli aggiornamenti sull'Apple Store. Salmone, dico, così proprio non va. Mi hanno appena spedito a casa il certificato di superamento della penultima fase di elaborazione del lutto, sono a un passo dall'abbonamento al personal trainer tartarugato, non ho intenzione di ritornare più al via passando da prigione. E comunque, dico, come ti salta di far dire a coso 'tesoro mio', siamo seri, queste cose non le avrebbe dette mai, e per fortuna. Mio salmone sconsolato se ne va, volevo solo farti contenta dice, e si butta nella cassettina di fragole che se ci mette fuori la pinna diventa fragile. Chiudo la porta a due mandate e sbircio dalla finestra se qualcuno mi guarda. Poi vado da Coso Gonfiabile e lo osservo. Vedi, gli dico, ti ringrazio per quello che mi dici, e rischiaccio uno, no davvero, uno, no dai basta, non facciamoci del male, ormai è finita. Sta in silenzio. Lo adagio su una sedia con delicatezza, gli tocco il culo di sfuggita, scusa dico, non volevo, no davvero, alzo le mani, poi schiaccio uno e uno ancora. Mi avvicino e con fierezza gli dico guarda possiamo essere solo buoni amici, e lui mi guarda sconsolato, schiaccio uno per sicurezza, e già mi piace.

159. Dal ferramenta

Mio salmone domestico tutto fine settimana forbici colla puntine rafia tempere che sembrava il programma per bambini che costruiscono macchine del tempo. Non mi lasciava entrare in camera e va bene ho detto, va bene come vuoi, e domenica sera dopo rumori di viti saldature giunture rame ecco che mi appare in cucina con sagoma nuova. Sagoma nuova è di centimetri uno e sessantaquattro, ha numerazione di archivio quarantaquattro e certamente frequentiamo parrucchieri diversi. E questa chi è, osservo scrutando mentre bevo un caffè molto lungo in tazza grande con acqua calda a parte. Mio salmone domestico quando mi regala sagome di solito è una citazione. Dev'essere una scrittrice che non conosco, penso, dev'essere per farmi notare che ho sdoganato senza dignità la parola cuore. È Susanna Tamaro? Chiedo. Acqua, dice. Questa, dice chiedendo l'aggiunta ghiaccio e limone, è sagoma di donna per cui Coso ti ha mollata, dice. La chiameremo, per semplicità e per gusto dell'osceno, Samantha. Ma no, no, dico, me l'ha anche detto che sarebbe meglio mi avesse mollato per un'altra ma sta male, soffre & patisce disce, disce anche che non vuole più vedermi perché disce che patirebbe troppo essere amisci.
Mentre lo dico, tranquilla e serena, sento un coro di risate innalzarsi su tutta la casa. Il Led delle trasmissioni televisive con il pubblico in studio lampeggia ossessivo-compulsivo «Applausi». Ride Sagomadigattuso sparandosi a terra, ridono i Comitati Leninisti che non li avevo visti così scomposti dai fatti d'Ungheria, e Applausi e Canebianco gira su sé stesso scodinzolando, muore dalle risate Elonora Duse, Medusa mi chiama e mi butta addosso una risata spegnendo il telefono, Applausi, avvocato mi manda un sms («ahahahahahahah») e poi un altro («!!!!!!») e un altro ancora («ahahahahahah») e alla finestra, fuori, Critico Letterario si arrampica e spunta ridendo ma poi cade per terra per le troppe risate. L'Esselunga mi recapita una lettera, Applausi, che mi revoca i punti fragola per eccesso di simpatia. Ancora Avvocato («!!!!!!!!») e un portavoce del Ministero della Pubblica Istruzione mi citofona dicendo che rischio grosso, Applausi, fenomeno da baraccone, che c'è scritto nel regolamento e che Roma mi guarda indispettita.
Mi avvicino a Samantha e stendo una mano come per cercare la sua, ma non si scompone. Ah, dice salmone, scusa, ho dimenticato le braccia. A quanto pare, dico, non hai dimenticato il resto, dico. Allora prendo lente di ingrandimento e la osservo. Mi pare perfetta, Applausi, taglio di capelli escludendo, ha occhi bellissimi sinceri verde alga del mar morto è appena andata dall'estetista ha la carnagione petrarchista. È anche leopardata, penso con ammirazione. Nel cartellino incollato sul petto noto il saldo, e leggo la sua storia commovente. Mi piace, dico a Salmone, è bella e buona, Applausi. Poi mi viene in mente con disgusto che Coso pensava che il libro migliore di Calvino fosse Se una notte d'inverno un viaggiatore e pensava che quello fosse il meglio Calvino. Vado alla finestra e dico non è quello il meglio Calvino, vero? Ma Critico Militante sta ridendo troppo, è steso a terra e mi guarda, con una specie di tenerezza, come dire devi ancora invecchiare e pretendi già di sapere troppo, come dire raccogli i tuoi soldati e mettili in fila indiana, vai alla ferramenta a scegliere nuovi chiodi nuove armi, corazzati di armatura lucente perché senza armatura lucente non puoi farla sfilare, saluta sagoma di Coso e saluta Samantha, apri la mappa dei tuoi possedimenti e metti l'indice altrove, sali sugli alberi fortifica il limes invia i tuoi soldati nei boschi, quella guerra è finita, Applausi, finita, ed era la guerra per un solo fortino, Applausi, i barbari veri sono ancora lontani. Preparati ai barbari, dice, saranno più cattivi e più ingiusti e spietati, e le ferite che hai ora è tanto poco, Applausi, che neanche zoppichi, dice, e respiri.  

158. Il metodo di Lachmann

Io per te sono morto, mormora mio salmone domestico dondolando cappiato dal lampadario, nel tentativo estremo che io butti l'occhio su di lui, che lo faccia scendere, che lo appoggi sulla mia spalla protettiva facendo mano concava sulle squame. Mio salmone si gira nel letto, cerca tracce di sole nelle persiane, misura i millimetri nuovi delle sue piante immaginarie, immagina lunghi discorsi per la protezione dalle offese interne esterne. Ma non vale, perché la vita è metodo, e salmone lo sa. Quando sei in difficoltà, dice dottoressa che misura la pressione, devi fare il morto, come al mare. Quando sei in difficoltà, dice amico che sui suoi pettorali si gioca a risiko, devi svegliarti la mattina alle sei e andare a correre. Quando sei in difficoltà, dice madrelinguaspagnola, pensare a sé stessi e farsi del bene. Quando sei in difficoltà, dice avvocatessa, spegnere il telefono e andare oltre. Quando sei in difficoltà, dice eleonoraduse guardandosi allo specchio, crema antiage e bolero di ravel. Quando sei in difficoltà, dice la signorina della pubblicità Tavor, sei in difficoltà e basta. Ma quando sei davvero davvero in difficoltà, dice infine il signor Lachmann, recensere sine interpretatione.
Amy Winehouse, celebrata su tutti i socialnetwork che ascoltano coralmente back in the black, non aveva metodo. È un fatto che a spiegarlo non ci credi, il metodo. Ci si commuove, di fronte a chi non ha metodo. Ma chi si commuove ha metodo, e non soccombe. La più grossa fetta di mercato editoriale è dedicata ai manuali. Riducendo tutto all'essenziale, il romanzo è manuale. Il racconto, è manuale. Ci sono milioni di manuali che spiegano il lutto da separazione per fasi. Passano tutti da queste fasi ma qualcuno più sfortunato rimane come incastrato in un limbo e non si muove, ostinato: li vedi dagli occhi che sono nel limbo da mesi e anni; è contemplato in appendice ai manuali (casi particolari), nei tarocchi (l'Incastrato), nelle canzoni di gigliola cinquetti e nei menù dei ristoranti di mare (gamberi alla piastra e orecchini che cadono sul piatto quando ridi, cioè ricordi, cioè nulla); non importa se hanno separato loro o sono stati separati, indistintamente di quel qualcuno gli altri diranno poverino non ha elaborato le fasi del lutto da separazione ed è rimasto incastrato, cfr. appendice, cfr. fantasmi che ti tengono le spalle sugli scogli, cfr. città intere che non esistono più costruite da questa minoranza, inebetita e fantasma anche lei mentre gli altri giocano a risiko, si svegliano la mattina alle sei e vanno a correre, pensano a sé stesse e si fanno del bene.
Ma quella è percentuale risibile: l'umanità quasi intera, nella sua fierezza darwiniana, va oltre. Tutta quest'altra umanità, l'umanità di maggioranza, passa in mezzo alle fasi del lutto da separazione credendo di farlo con un piglio speciale: ma lo fanno: non hanno mai guardato seriamente giochi senza frontiere, non sanno di omero e non conoscono il segreto filosofico degli abbonamenti in palestra tutto incluso: ma lo fanno e basta. Magari stracciano il tempo degli altri parlando caoticamente del sé. Ma poi, un giorno inaspettato, il signor Eraclito va a fare visita al loro giaciglio ed essi scoprono che tutto scorre. E scorrono essi anche, ce la fanno senza sapere di aver fatto metodo. Perché il metodo, lo riconosci solo da fuori.
Il metodo di Lachmann consiste nel riunire, frammentare, scegliere. Se fai bene tutte le operazioni preliminari, se riunisci e frammenti con giudizio, la scelta è quasi certamente obbligata. Quando sei in difficoltà, dice una donna dai capelli bruni, devi passare per l'imbuto. Il metodo di Lachmann è un imbuto di plastica rossa di piccole dimensioni. Significa ogni giorno, alla stessa ora, chiedere un caffè in tazza grande con acqua calda a parte. Significa ostinazione, liberarsi dalla scompostezza emotiva e fare sobriamente il morto, e soprattutto significa sapere che si fa il morto in mezzo a molti altri morti, che non c'è niente di speciale. Calendarizzare, fuggire le appendici, evitare ricerche inutili negli indici dei nomi. Trasferirsi dentro il marmo di carrara e lasciare che esso diventi lastra per pavimentazione urbana, cucina, museo di arte contemporanea, Pere Lachaise.
La compostezza è l'unica bellezza forte delle minoranze e maggioranze di umanità. La compostezza la scopri un giorno, quando in mezzo a un viale pieno di turisti che vanno e vengono qualcuno
ti viene addosso alla spalla, e tu ti fermi e istintivamente ti viene da appoggiare il palmo come per sentire se è ancora intera, ma quella volta non ti chiedi più se sei tutta intera, ti giri e strisci gli occhi su chi ti è venuto addosso, e ti chiedi se è intero lui, e se sta bene.

157. Sono entrata e mi ha detto: "tu vuoi un taglio cattivo", e io "yes, cattivo e rancoroso". poi mi ha messo davanti allo specchio e yes mi ha asciugato i capelli e in silenzio pensavo beh un taglio vale un altro e poi gli chiesi con gli occhi se voleva veramente farmi un taglio cattivo, e allora lui mi ha detto che non doveva essere davvero cattivo e ha detto yes, sarà "aggressivo ma dolce", ci penso io ha detto, e io ho sentito i capelli tutti profumati e ho detto yes toni, aggressivo e dolce, i will.

Finito di fare tutto, nel modo più lento possibile rientrare a casa alle 21.00 e dirmi che a quel punto sono autorizzata a non cenare, sola, a stomaco ferito, rientrare in casa dicevo, salutare sagomadigattuso e affogare nel letto con il mio taglio aggressivo ma dolce. Sagomadigattuso è silenziosa e imbarazzata, non dice. Salmone mi guarda, appeso alla porta, dondola e fa finta di niente, non dice dei capelli, fa cenno e basta, come prima di tragedie.
Entro in camera e sul letto c'è la scatola gialla. Aspettavo la scatola gialla delle poste italiane perché conteneva delle borse e delle mutande e soprattutto una di quelle stilo costosissime che per metterci dentro l'inchiostro ti sporchi le mani. Ma in fondo, nell'emergenza di oggi, nella disorganizzazione dei giorni dell'abbandono, erano le mutande a servirmi. Era tutto programmato con molta precisione (tranne la commozione alla vista calligrafica incerta, elementare, impegnata), mi mandi la scatola e io la ricevo, in raccomandata ricevuta quello che vuoi, ma sicura, Per essere sicuri della sicurezza mi ha dato il numero per seguire il pacco, io non l'ho mai seguito, gli ho anche detto guarda non c'è bisogno, ma lui ci teneva a darmi il numero e ho preso il numero, insomma potevo seguire ossessivamente il pacco se avessi voluto, ma non l'ho fatto. Mentre tornavo a casa avevo la netta percezione che il pacco fosse lì, ma ho finto di non pensarci, poi l'ho visto, e l'ho sorpreso violentemente giallo. Io sapevo già, ma oggi ho capito veramente che il dolore del mondo passa tutto attraverso le poste italiane, le raccomandate, i bollettini, le cartoline, le lettere e le scatole gialle. Mi dicevo: chissà quante persone in questo momento stanno ricevendo i propri effetti personali tramite un pacco di poste italiane, e capivo ora sì la scelta del giallo poste italiane, come dire noi non abbiamo colpe, noi siamo neutrali, tipo svizzera ma gialli.
Non l'ho aperto subito, ho mandato messaggio di avvenuta ricezione con promessa di rinvio camicia (e ho detto la mia prima bugia. ho detto: è in lavanderia. volevo solo convincermi che l'avrei fatto per forza di cose. la camicia ora è solo una pallina di misto cotone e acrilici dietro una fila di libri), numero due occhialini da piscina (vecchi), numero uno libro matematica e calvino. È l'unico regalo che mi ha fatto, ho pensato, vuoi mica che non glielo restituisco?
Poi però ho aperto la scatola e tolto le cose, e sotto, alla fine della scatola, c'erano delle monetine.
Mi è tornato alla mente il signore che a londra chiedeva monetine con il cartello tra le mani, e le ciottoline di plastica dei mendicanti lombardi. Il ragazzo della chitarra della metro. Poi sotto porta nuova, verona, orologio. A Roma mi tappavo gli occhi umidi con i palmi della mano, ero su un gradino, un mendicante mi ha insultato dicendo che non volevo aiutarlo. Neanche tu puoi aiutarmi, volevo dirgli, ma non l'ho detto. Ho parabolizzato e riassunto tutti i lanci di monetine che ho visto. Una volta sotto natale, quindici anni, ho lasciato un sacco di soldi, tutta la paghetta natalizia, a un mendicante, per espiare non ricordo cosa, per sentirmi egoisticamente buona.
Ho raccolto le monetine e in tutto facevano settanta centesimi. Ho visto Coso che girava per casa alla ricerca di cose mie e trovando monetine diceva tienitele anche quelle, stronza.
Poi ho pensato che no, che forse le monetine sono scivolate da una delle borse che Coso aveva diligentemente inviato, tutte chiuse però. Poi ho pensato che sì, è stata la malignità nel pacco in eredità per i prossimi mesi: erano chiuse, da dove potevano uscire le monetine? Poi ho pensato che no, e poi ho pensato che sì, era andata così, tieniti tutto, ma proprio tutto, non voglio più neanche cinque centesimi toccati da te, neanche la polvere e l'aria, hai capito? L'aria che hai respirato con me è tutta qui dentro, mi fa schifo. Poi ho pensato che non aveva nessuna importanza. I fatti sono andati così: ho aperto una scatola gialla, ho tolto tutto, e in fondo, raschiando proprio tutto, ho notato delle monetine. Dal basso degli occhi abbassati le guardo. Mio salmone domestico si avvicina, le guarda anche lui e poi gli viene un sussulto. Guarda, mi dice, il caffè al bar no, mi dice, ma con settanta centesimi ci portiamo a casa l'acqua delle macchinette e ci avanzano venti.  

156. Buon compleanno

Ieri era il compleanno di Coso, ho preso un sacco di pioggia e tre treni in ritardo e poi altra poggia e al supermercato che il sabato fa il dieci per cento di sconto su tutta la spesa, al supermercato ho chiesto buonasera scusi le candeline azzurre, buonasera venga con me gliele indico, ma c'erano solo i pacchetti da 12 e dopo estenuanti calcoli matematici ho accettato che dovevo prendere ben cinque pacchetti (con quattro non bastano per un pelo); ci ho pensato un po' e ho detto d'accordo, vada per cinque e crepi l'avarizia, ma lo so che se ne metto quattro mica se ne accorge, è per essere sempre dalla parte dei giusti ho detto, fatto.
Sono arrivata a casa e non sapevo che quello era l'ultimo giorno di casa, avevo con me ancora il mazzo di chiavi e in bagno c'era l'antina con le mie cose, gli asciugamani erano ancora i miei asciugamani, perché lo erano diventati con calma e nel tempo, piccole minute abitudini che le ripeti ogni volta senza saperlo. Ho aperto la lavastoviglie della cucina dove ero sicura di andare a prendere il mio bicchiere, ho nascosto nel frigo la torta del cafè lumi che fino a quel momento era il mio cafè di fiducia, quello della colazione della domenica mattina, roba mia insomma, non c'erano motivi per dubitarlo. Se l'avessi anche minimamente dubitato, se avessi avvertito il pericolo della Fine, avrei prelevato con gli occhi tutto quanto, avrei registrato i rumori del tram e avrei salutato la vicina di casa, avrei preso un caffè al bistrot e avrei salutato il signore che vende le fragole al mercato e il formaggiaio che ride. Tutti questi incroci, e tutte le mie strade, il quartiere, il tram, ora non ci sono più. E oggi non mi mancano, perché sono ancora lì, ma tra due giorni, tre, quindici saranno tutti morti nella grande devastazione emotiva e io sarò sola. Sarà tutto morto tra poco, e non è ora, ma l'unica cosa che ho saputo fare durante il quarto d'ora della Fine (ma non è che la minima parte della Fine, cioè è solo quando premi il bottone e fai partire la devastazione), l'unica cosa che ho saputo fare, invece di prendermi tutto, è stata guardare i girasoli ancora a metà, e cercare di abbandonarli, di convincermi che quei girasoli non erano miei, non lo sono mai stati, e nulla mi appartiene, neanche ciò che ho seminato nel mondo. Non sono un'orchidea, non sono un girasole, non sono il tram numero settecentocinque e non sono un sole.
Adesso piano piano si allagherà tutto, il fiume uscirà dagli argini e allagherà i primi palazzi, poi salirà per le vie fino alla stazione, coprirà i binari e le macchinette del biglietto veloce, i bar e il mercato, allagherà il monumento e i turisti dei centocinquantanni e le vetrine. Il fango entrerà nella tua casa, e tra i flutti malmosi si trascineranno le foto, le panchine, i libri, le tre sveglie delle sei del mattino, le cellule morte della mia e della tua pelle, i calcoli della tua età meno la mia, quel numero misterioso che ti dava da fare, e le rughe e la crema per il corpo,  francesca woodman, le persiane, il gelato, forster wallace, il ciclo mestruale e il balsamo al cacao e al cocco. Sarà una devastazione di portata eccezionale, un'edizione speciale sarà scaricabile dall'ipad, su facebook ne parleranno in molti. In parlamento una mozione chiederà di valutare la possibilità di spostare il giorno della repubblica. Mai si era visto, diranno i sopravvissuti, un salmone incapace di far fronte, pietrificato, all'inondazione. 

155. Un pesce rosso

Dicono che dimentico tutto quello che si racconta e dunque con me il repertorio di mirabilia può essere breve e ripetuto all'infinito come c'era una volta un re. Per me è come la prima volta, io dimentico tutto, poi mi torna in mente e dico ah giusto, me l'avevi detto, è vero. Avvocatessa dice tu sei un pesce rosso, sei un pesce rosso che dimentica tutto quello che si racconta, e anche Coso dice è vero, pesce rosso, pesce rosso, ogni volta devo raccontarti tutto daccapo, sei un pesce rosso. Io è vero che sono un pesce rosso, ci sono cose che dimentico e poi mi torna in mente e dico ah giusto, me l'avevi detto, è vero. Me ne dispiaccio e compiaccio che io sono un pesce rosso e quello che mi si dice lo metto nell'acquario, che vaga insieme al resto. Ricordo cose molto precise e piccole piccole, ma le cose giganti sono distratta, le perdo. Coso è un esperimento mediasettesco, mediasettesco perché io non so fare a meno di dire mi vuoi bene davvero? Dico sei serio? Non è che per caso non mi vuoi bene e invece fai finta di volermi bene perché eccetera eccetera? E lui dice oh ma sei un pesce rompicoglioni e mediasettesco, e poi mi bacia su un lembo di fronte delimitato dal sopracciglio destro e dall'attaccatura dei capelli, dove corrugo la fronte ma se qualcuno mi bacia lì non è che mi fa niente, invece se lui mi bacia lì smuove tutto il sistema nervoso come il contadino che rivolta la terra. Tra parentesi pensavo che due persone per stare insieme bisognava che il mio naso si incastrasse tra la mandibola e il collo perfettamente, uguale alla scarpa di cenerentoladiwaltdisney, e insomma con coso non ho controllato l'incastro. Beh, mi son scordata, allora? Mi dice certo che te darti degli stimoli culturali niente ma proprio niente (perché a teatro io non capisco e poi dimentico i finali dei films, i giradischi riconosco solo musiche delle pubblicità e alle bancarelle lui scova i vecchi notiziari einaudi e io invece sfoglio gli Epoca e i Chi che mi ricordano quando la nonna andava a farsi i capelli e stavo sulle seggioline ad attendere). Insomma, io a coso ho delegato tutte le sovrastrutture culturali e mi sono scoperta quale sono, D.i.e., donnetta incapace di emancipazione. Perché c'è una cosa, che è il mio punto debole, e lo so, che nell'armadio io è vero che ho un piccoloprincipe e gli sparo addosso. Ma ho anche una sibillaleramo, una sirenettadiwaltdisney, un cantodinataleditopolino e tante altre brutte cose. E stanno lì, sopite da anni di maleducazione sentimentale, e poi escono con la brutalità e naturalità con cui l'anguilla risale i fiumi per andare alle montagne, nell'odioso esercizio del mi vuoi bene davvero o no, incapace di lasciarmi per una volta nella corrente invece del sempre contro.